lunedì 16 ottobre 2017

Dall'Invenzione di Morel al Demone della Reperibilità


Nell'ultimo mese ho dato il via ad una battaglia personale contro la costante reperibilità causata dai mezzi di comunicazione attuali.
Da un giorno all'altro mi sono accorta dell'enorme peso e fastidio dato da ciò che "ci vuole sempre online".
Con questo post non intendo sovvertire il sistema, additare qualcuno come colpevole o divagare su cospirazioni e illuminati (11!1!) ma, semplicemente, far fruttare la poca positività racchiusa in un periodo di forte stress.

Quanto tempo trascorriamo con il cellulare in mano senza renderci conto di ciò che facciamo?!
Lo prendiamo per controllare le notifiche, per ammazzare il tempo d'attesa, per fare una fotografia o avvisare d'essere arrivati a casa e ci ritroviamo, in men che non si dica, a vagare nell'etere.
Da un'attività da due minuti contati si passa a ore di scroll senza la minima attenzione; tanto che se qualcuno ci chiedesse "cosa stavi guardando due minuti fa?", non saremmo in grado di rispondere.
è un approccio da amebe, un modo passivo di sfruttare il poco tempo a disposizione perdendo completamente (o quasi) il controllo.
A questo si uniscono le cattive abitudini di un po' tutti: noi, chi ci circonda e chi dovrebbe dare il buon esempio.
Al posto di organizzarsi per un'uscita, sia anche di venti minuti per scervellarsi su un argomento, si passano ore a contemplare delle chat certi di condividere qualcosa senza realmente capirci nulla.
Non è chiaro il tono di voce utilizzato, non è chiara l'intenzionalità, non c'è nulla di veramente chiaro e i fraintendimenti ,così come i litigi, sono dietro l'angolo.
Anche chi abita a due minuti da casa vostra piuttosto che citofonare e chiedere di voi, vi invia un messaggio per sapere se ci siete, se avete voglia di uscire o di fare qualcosa.
Il risultato? Spesso non incontriamo nessuno e ci adagiamo tra le comodità di casa "perché sì".

Un'altra cosa che mi rende irrequieta è l'impossibilità di dire "ora mi disfo di tutto e chissene frega".
Sia da studenti che da lavoratori si comprende l'importanza di ricevere delle mail e poterle inviare.
Da pendolari è importante sapere se un treno ci sarà oppure no e a quanto ammonterà un ritardo apparentemente interminabile.
Per avere una vita sociale sembra indispensabile andare oltre ai semplici sms e risultare reperibili su qualunque applicazione di messaggistica istantanea.
Non esserci non è passare per preziosi ma alienarsi e non sapere quasi nulla di ciò che accade -similmente a una vita da eremita.
Una volta entrato nel loop e scoperti i vantaggi non se ne può uscire, soprattutto se legati a qualsivoglia tipo di organizzazione lavorativa, scolastica o hobbystica.
Per smettere di essere reperibile, e non intendo a livello professionale, bisogna spegnere il cellulare.
Non esiste un tasto "esci" dai più noti whatsapp, telegram e chi più ne ha più ne metta.
Uscire è una scelta per passare alle funzionalità base, spegnere è un'imposizione.

Al pari di quando si esce sfatti e si incontra il mondo, avvicinarsi ad un argomento attira l'attenzione di tante fonti che improvvisamente vengono a galla come richiamate da un'esca.
Con questa sorprendente casualità ho scoperto ben due testi che vorrei consigliarvi.
Due generi diversi, due periodi completamente diversi ma facce di una stessa medaglia.


Da un lato abbiamo "L'invenzione di Morel" e dall'altro "Il demone della reperibilità" (contenuto anche in "L'elenco telefonico degli accolli") di Zerocalcare.

Un naufrago volontario, spinto dalla persecuzione politica, raggiunge un'isola apparentemente deserta.
Tra un museo, una piscina e una cappella è custodito un miracolo tecnologico attivato dalla marea.
Siamo al cospetto di un'anticipazione della realtà virtuale, della soppressione dello spazio privato e dell'intensificazione del controllo da parte dei media e della rete.
Spendere anche solo una parola in più spegnerebbe la curiosità nei confronti di un testo breve che, volendo, potreste recuperare anche nella trasposizione cinematografica ad opera di Emidio Greco.


A dimostrare l'esattezza della predizione contenuta in "L'invenzione di Morel" abbiamo Zero, con tutta la sua ironia e schiettezza, che ci presenta la quotidianità esattamente com'è.
Passare da un'opera all'altra lascia quell'amaro in bocca da anticipazione troppo azzeccata.
Una sensazione fortunatamente mediata dal sarcasmo, da quel modo particolare di prendersi in giro per non disperarsi.

Non ho trovato una soluzione definitiva, una chiave di lettura univoca o un modo per fuggire senza subirne le conseguenze negative; ma ho compreso l'importanza della somma tra tanti atti sovversivi in miniatura.
Ho imparato a differenziare il tempo speso e quello sprecato, ho radunato amici e accolli (no, non tu) e ne ho parlato.
La conclusione? Non tutti saranno disposti a capirvi, qualcuno si offenderà e qualcun'altro vi crederà ancora troppo distratti, preziosi, disinteressati, maleducati, incoerenti, ipocriti (e aggiungi qui lista infinita di aggettivi immaginati e mai pronunciati da gran facce di tolla).
Anche se rari quanto una Seta Special in un pub di paese, garantisco l'esistenza dei follettianguilla e delle loro gemme del *nonmidevirompereilcazzo*

Siamo anche noi parte del processo di alimentazione di un archivio eterno: un deposito pressoché infinito di informazioni personali in cui c'è sempre spazio per nuovi morti.

venerdì 6 ottobre 2017

[Letture] Saga Vol.1

Passare da periodi di vuoto completo ad avere due post (interminabili) in sospeso, fa parte di me.
Ora che ho finalmente iniziato Twin Peaks, mi rivedo moltissimo nell'agente Cooper e sarei capace di trascorrere interi minuti a registrare i più svariati argomenti per Diane.
Chi è poi Diane?! (Se veramente esiste una risposta, non rispondetemi).

Alla fiera del mio scetticismo ha sempre preso parte anche Saga.
Nonostante la pubblicazione di nuovi volumi e il sempre crescente interesse da parte dei lettori, non ha mai attirato la mia attenzione.
Mi aspettavo una sorta di surrogato in salsa fantasy di Star Wars.
Qualcosa di molto "pew-pew-navicelle spaziali-pew-pew-storia d'amore fan service".
Devo dirlo?! Mi sono ricreduta.

Anche questa volta la biblioteca ha fatto da tramite tra me e quello che, stando all'idea pre-lettura, non avrei mai acquistato spontaneamente (Valentina e gli errori madornali).
L'approccio è forte e schietto sin dalla prima pagina, come se ci fosse un'implicita intenzione di scremare i lettori e tenersi solamente quelli pronti ad una storia mai troppo ricamata e diretta al punto giusto.


Alana e Marko, rispettivamente soldatessa di Landfall e fante di Wreath, disertano e scappano insieme, dando alla luce una bambina: Hazel.
La loro unione risulta illegale da ogni punto di vista, in quanto Landfall e la sua luna sono in conflitto da ormai diversi anni.
La distruzione di una delle due entità comporterebbe l'alterazione dell'orbita dell'altra, problematica tale da far appaltare la guerra a regioni lontane senza mai, veramente, sfociare in una condizione di pace.
A rendere ancora più difficile l'esistenza dei protagonisti è il tentativo, operato da forze della terra natia, di rintracciarli ad ogni costo.
Wreath invia due freelancer cacciatori di taglie (Il Segugio e Il Volere) e Landfall mette in gioco l'astuzia del Principe Robot IV confortata da soldati della compagnia.
Nonostante tutto, la volontà di salvare Hazel è più forte di qualunque forza messa in gioco, a tal punto da muovere i nostri protagonisti nell'intero universo.

giovedì 21 settembre 2017

[Letture] Le due Metà della Luna

Giovedì c'era una luna strepitosa.
Noi fermi in auto e lei lì, ad ergersi sulle punte estreme di pini e alberelli irriconoscibili al buio di lampioni inesistenti.
Non era il sorriso sarcastico dello Stregatto ma una fetta di limone: il flavedo spesso e consistente di un giallo quasi aranciato e l'endocarpo spugnoso in trasparenza.
Ormai ho imparato a non collezionare fotografie buie di luci in lontananza simil-lampadine; ma sarebbe stato bello poterla immortalare così.

In che modo, la luna, influenza il nostro essere e che cosa succederebbe se d'un tratto svanisse e fosse sostituita da un falso molto realistico?!
Non avrei mai creduto di trovare risposte e verità in un fumetto per bambini ma Tunuè, con la collana Tipitondi, ci sa fare alla grande.
Le Due Metà della Luna incuriosisce sin dal titolo e schiera illustrazioni e profumi (sì, profumi) che non possono lasciare indifferenti.
Ormai odierete il mio olfatto in primo piano ma non ho potuto fare a meno di sprofondare il naso nell'odore di carta stampata.
Aggiungetelo alla fantomatica lista dei "Libri da sniffare".


Protagonista del fumetto è una topolina, Alba, che si trasferisce nella metropoli di Croma al fine di inseguire il sogno di diventare una brava sarta e stilista.
L'accoglienza della città non si rivela affatto calorosa e, anzi, è costretta a fare i conti con una realtà cupa e priva d'arte come se i colori fossero stati sequestrati lasciando posto unicamente a tristezza e malinconia.
L'unica spiegazione data è un'antica leggenda legata alla sparizione della luna, sostituita con un fantoccio artigianale per non destare alcun sospetto e continuare a brillare nel cielo, nonostante la carenza delle cicliche fasi.
Gli abitanti, ormai mossi da sentimenti contrastanti, trascorrono moltissimo tempo a piangere e, inconsapevolmente, ad alimentare il mercato della più grande fabbrica della città: la Cro-mar, fornitrice di fazzoletti e sponsor ufficiale.
Attorno alla leggenda e all'ombra incombente della grande struttura prenderanno piede una serie di avvenimenti atti a scoprire la verità e ripristinare, possibilmente, la speranza.

lunedì 11 settembre 2017

[Letture] Blankets

Ci abbiamo provato, lo garantisco.
"Domenica mattina ti aspetto alle 5:30 sotto casa mia. Andiamo al mare"
Poi il lavoro, poi l'orgoglio, poi il tempo e siamo stati catapultati nel periodo in cui uscire con una felpa non è mai male e il tè caldo sotto le coperte non è esagerato.
A proposito di coperte ho scelto il mese di settembre per leggere Blankets di Craig Thompson.


Ne avrete sentito parlare in mille salse diverse, un po' come me del resto.
In moltissimi l'hanno definito "Il fumetto della vita", quello da avere assolutamente e da ubicare sul comodino al posto degli essenziali da notte, ma ho scelto di affrontarlo con i piedi di piombo e l'ho preso in prestito in biblioteca.

Blankets è una via di mezzo tra il candido silenzio della neve e il caos della mente adolescenziale.
Fa sentire soli, compresi, abbandonati e confusi in un breve lasso di tempo che è poi la foga del lettore, impossibilitato a chiudere il volume ed accantonarlo.

Questo romanzo grafico (e di formazione!) è un'autobiografia resa poesia dalle illustrazioni.
Craig, il protagonista (e autore), ripercorre la propria vita dall'infanzia ai primi anni dell'età adulta passando attraverso il trauma dell'isolamento, dottrine e perplessità della religione cattolica e la prima, intensissima e deludente storia d'amore.
L'influenza della fede è determinante dalla prima all'ultima pagina, non è solo lo specchio di un'ideologia ma giustificazione e causa della gran parte degli avvenimenti.

mercoledì 6 settembre 2017

[Cinema] The Secret Scripture

Un grande amico, al momento di descrivermi, aveva utilizzato un paragone alla storia d'amore tra le onde e l'acqua.
Le prime così imprevedibili da lasciar intravedere un allontanamento definitivo e il secondo sempre pronto a riaccoglierle nonostante le mutazioni e il lutto subito ad ogni perdita.
Credo non ci sia stata descrizione più accurata nel corso degli anni e ancora mi rivedo come un'onda che si allontana dal suo mare ma ritorna sempre, e con più voglia di prima.

Il motivo per cui torno, questa volta, è un film.
Mi ha presa in contropiede mentre cercavo titoli in uscita quest'anno e non so neppure spiegare cosa mi abbia indotta a guardarlo.
Ad alcuni potrebbe apparire come un melodramma ben presentato, di quelli strutturati appositamente per attirare l'attenzione del pubblico e farlo precipitare in lacrime da "scatola di Kleenex e gelato a cucchiaiate".
È parzialmente vero ma, ormai l'avrete capito, non m'importa parlare solo di pellicole aspiranti all'Oscar o di capolavori di perfezione tecnica inaudita.
Tutta questa tiritera per "The secret scripture" (Il segreto) di Jim Sheridan -adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Sebastian Barry.

La protagonista è Roseanne McNulty che vive in un ospedale psichiatrico irlandese da almeno cinquant'anni. 
A squarciare il silenzio sono le sue prime parole:"Non ho ucciso mio figlio"che, in bilico tra allucinazioni e realtà, vengono confortate da un massiccio uso di flashback dando voce  all'accusa di infanticidio alla base dell'internato.  
La clinica in cui è ricoverata è ad un passo dall'essere convertita in Hotel + SPA e, prima del trasferimento, la storia di Lady Rose viene presa in carico dal Dottor Greene. 
Una bibbia resa diario personale aiuta il dottore a ripercorrere l'intera vita della donna che, come  alla vecchia maniera, viene resa tangibile da un distacco spazio-temporale sino a moltissimi anni prima.

L'età della giovinezza segnata da guerra, fuga e amore viene interpretata egregiamente da Rooney Mara che non è solo il mezzo per riempire un varco ma anche la rappresentazione del fascino e della forte personalità, capaci di accattivare una schiera di uomini di diversa origine e impegno sociale.
Rose è il simbolo della "questione femminile" aggravata dalla seconda guerra mondiale e dalle pressioni di un'Irlanda troppo segnata dalla religione e dalle rivendicazioni politiche.
La sua, però, è anche e soprattutto la storia di un amore malvisto e ostacolato capace di perdurare per un'intera vita nonostante le difficoltà, le calunnie di oppressori e la morte.
Il motivo del ricovero e la verità sulle accuse mosse contro di lei si dipanano per più di metà del film, lasciando poi spazio ad un colpo di scena "a chiamata" comunque degno di un bel finale (semplice e prevedibile). 

Ci sarebbero tanti "ma" da analizzare.
L'approccio al dramma e al romanticismo, la facilità con cui ci si schiera a favore di una posizione controtendenza per il periodo storico/sociale e il bel confezionamento di una vicenda come molte altre. 
A fare la differenza e mettere in secondo piano tutte le critiche da cinefili incalliti è l'interpretazione. 
Vanessa Redgrave e Rooney Mara danno vita ad una protagonista così forte, così segnata dal dolore e al contempo così ambiziosa da coinvolgere anche i più scettici. 
Nonostante tutti gli spunti di riflessione e le critiche sociale papabili di approfondimento si ha un vero e proprio accantonamento del materiale, percepito solo come sottofondo e cornice. 
Per intenderci: "Ha del potenziale ma non lo sfrutta". 
Si potrebbe definire, a conti fatti, come un prodotto commerciale senza tempi morti né perdite di tempo da consigliare, sì, chiedendo esplicitamente di guardare oltre alla facilità di commozione. 
L'induzione alla lacrimuccia non lo fa scadere tra i brutti film ma lo carica, piuttosto, della capacità di coinvolgimento che è tanto più probabile quanto più semplice è l'immedesimazione. 

           

mercoledì 17 maggio 2017

[Serie TV]: Anne with an "E"


Da quando Netflix ha annunciato l'adattamento di Anna dai capelli rossi, la mia testa è entrata in uno strano loop musicale continuando a ripetere in momenti completamente casuali (e talvolta inadatti) la sigla del cartone animato.

*Entrare QUI in mood cantante neomelodico*
"Anna dai capelli rossi va' *papapapa* vola e va come una rondine, però un nido non ce l'ha, non ha una mamma né un papà. Anna dai capelli rossi ha DUE GRAMMI di felicità, chiusi dentro all'anima e al mondo vuol sorridere". 


Da bambina non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire seguire una serie dall'inizio alla fine e, il più delle volte, mi ritrovavo a guardare una puntata ogni due settimane cercando anche un filo conduttore plausibile per eventi privi di continuità.
Partendo da questi presupposti, questo post non sarà un confronto con la serie animata né, tanto meno, con il romanzo bensì un raduno di riflessioni post-prima stagione.

"Anne with an E" o, in territorio nazionale, "Chiamatemi Anna", è stata caricata interamente su Netflix a partire dal 12 maggio, con 7 episodi di durata variabile.
Già nel titolo si nasconde la prima forzatura all'italiana, che scoprirete strada facendo quando la protagonista chiederà espressamente di essere chiamata "Anna, Anna con la A" (come se per noi esistesse una valida alternativa. Che diavolo di lettera dovrei mettere se non la A?!).
Puntigliosità a parte (a cui siamo già abituati) farei un breve excursus della trama, prima di scendere in ulteriori dettagli.
Anna Shirley è una ragazzina della Nuova Scozia che, a seguito della morte dei genitori, viene affidata come aiutante ad una famiglia -nel tentativo di tenere a bada i troppi pargoli sfornati nel tempo.
Per problemi di varia natura si troverà costretta a cambiare nucleo e prestare servizio presso gli Hammond, sino alla morte del capostipite che ne causerà l'affidamento all'orfanotrofio di Hopetown.
Grazie a un disguido, però, il suo destino cambierà in positivo con l'adozione da parte dei fratelli Cuthbert di Green Gables, in Avonlea.



Il motivo per cui ho deciso di darle una possibilità sta essenzialmente nei pochi ricordi d'infanzia legati al cartone nonché all'eventuale presenza di chiavi di lettura innovative basate sul rapporto tra la fine del 900 e i nostri tempi.
A primo impatto, in ordine, sono stata colpita dall'apertura (con sigla ideata ad hoc e citazioni del romanzo) e dall'ambientazione resa protagonista grazia a riprese degne di un documentario.
Sarò schietta ma è doveroso: soprattutto nel corso della prima puntata ho trovato fortemente irritante il personaggio di Anna e questo...è un bene.
Un bene perché è stata interpretata con tutte le caratteristiche originarie, anche a scapito dei limiti di sopportazione del pubblico.
Anna, difatti, ha una parlantina sciolta e inopportuna, adora utilizzare paroloni per descrivere qualunque cosa e ingigantisce ogni evento creando attorno a sé drammi shakespeariani.
Niente più che dirette conseguenze di una maturazione precoce e degli svariati interessi coltivati nel tentativo di sfuggire ai soprusi della realtà.
Nonostante il difficoltoso approccio al suo grado di immaginazione (la troverete spesso a parlare da sola, con oggetti o inventare teatrini inesistenti "a base di Regina Cordelia e forze della natura"), è piuttosto semplice entrare nell'ottica  della sua situazione e sentirsi coinvolti, anche con rabbia o amarezza, in ogni piccolo traguardo o grande delusione.
Da questo punto di vista credo abbiano giocato benissimo nel bilanciare ogni elemento a disposizione, non focalizzandosi solo sulla protagonista ma anche sul contorno; evidenziando con spunti non indifferenti, la situazione sociale e religiosa del tempo.

Gli obblighi sono una prigione

Da un'iniziale avversione si dipanano una serie di riflessioni ancora attuali e ancora, per certi versi, burrascose come: il ruolo della donna nella società, i pregiudizi, l'integrazione, i limiti imposti dalla religione e i rapporti "non tradizionali".
Tutto ciò solo come input, attraverso personaggi secondari e interazioni, senza creare peso aggiuntivo in uno spettatore già sufficientemente colpito dal grado di tristezza e profondità.

Ammetto di averla divorata in due o, al massimo, tre giorni, cogliendo ogni singola pausa come momento ideale per proseguire.
Probabilmente, però, potrebbe non intrigare chiunque.
Non è una serie a cui approcciarsi con nonchalance, non è sempre facile da digerire, non porta mai a risate e richiede un po' di sensibilità in più rispetto ai classici episodi-passatempo. (OH MA CHE ANSIA -direte).
Una volta superati i primi scogli mi sembra impensabile non restarne coinvolti, nonostante il sotteso dramma e il romanticismo familiare alla "Little House" maniera (con tanto di ranch in stile coloniale).

Il taglio molto deciso dato all'ultima puntata non può che richiedere un seguito.
Cosa che apprezzerei moltissimo alla sola condizione che non diventi un modo per tirarla per le lunghe con una successione abbastanza equilibrata di eventi negativi, poi risolti, poi seguiti da altri eventi negativi e così via.
Come dimostrato con questa prima stagione, si presta molto bene alle altalene emotive: arma a doppio taglio nel contesto doverosamente volubile di una serie televisiva.

Dal mio punto di vista è promossa anche se, per assurdo, Anna non è affatto la mia parte preferita.
La completa immersione ve ne farà sentire la mancanza.

giovedì 4 maggio 2017

[Letture]: Freezer

Temo che la parte più complicata di ogni singolo post sia proprio l'introduzione, soprattutto dopo settimane di assenza.
Che fai, non ti giustifichi?! Non inventi una frase di rito (già inventata da altri) per far capire che sarai tra i vivi per un nuovo lasso di tempo?!
Via il dente, via il dolore.

Negli ultimi giorni ho terminato Freezer, graphic novel di Veronica Carratello edito da Bao Publishing e, diversamente dalle fast-review pubblicate sulla pagina facebook, mi sono accorta di avere qualcosa in più da dire nonchè una sorta di indomabile voglia di raccontare.

Tutto è iniziato con una svalutazione del potenziale di questo romanzo a fumetti (mea culpa).
Nonostante il forte richiamo subito dal font e dai colori in copertina mi sapeva di "già visto" e di "troppo adolescenziale".
Sensazioni lasciate a morire in un angolo buio e desolato a favore di un posto d'onore tra le mie ultime letture.

Freezer è uno spaccato di quotidianità di una famiglia inusuale, a tratti tragicomica, avente il potere di racchiudere difficoltà e paure in una cornice stranamente positiva.
Il nucleo esteso dei Robinson include un padre attore in erba, dedito a pubblicizzare la carta igienica, una madre in stampo Marge Simpson, due pargoli (Mina ed Elvis), una nonna in silenzio da anni, uno zio catisofobico e un gatto dalle manie suicida di nome Kafka. *Riprendere fiato qui*
In equilibrio tra richiami anni 50 e road movie moderni, si sviluppano vicende capaci di rievocare la famiglia Hoover di Little Miss Sunshine senza guastarne la memoria.

In particolare, seguiamo da vicino il processo di crescita di Mina, ragazzina apparentemente solitaria destinata ad essere bersagliata dalle coetanee più In.
Nella fase di transito tra l'infanzia e l'adolescenza, si troverà ad affrontare quel fatidico momento in cui essere promossa al rango di "Signorina" dopo una sanguinolenta prova d'onore in formato slip macchiati. 
Quando arriverà? Come? Farà male? Perché tutti esultano alla sola idea e io mi sento così persa e angosciata? 
Con naturalezza, assorbenti con le ali acquisiranno il ruolo di creature notturne in immaginari fantasiosi e onirici, rendendo ancora più difficile l'accettazione. 

Dopotutto, Mina è una sfigata. 
Una di quelle che "Mia mamma non vuole", così attente a (s)fuggire alla realtà da crearsi una corazza difensiva solo all'apparenza inattaccabile.
Eppure, proprio grazie alla natura da "esclusa", riesce a veicolare il messaggio di questo fumetto in maniera forte e chiara facendosi portavoce di un problema difficile da esternare ma tanto sentito.

A sconvolgere definitivamente il suo mondo interiore e indurre il distacco tra passato e (inevitabile) futuro sarà un lutto inatteso -persino "On the road". 
Una perdita non solo di affetto ma anche, e soprattutto, di stabilità -alla quale i genitori di Mina cercheranno di ancorarsi in modo inusuale e un tantino illegale, destando il sospetto dell'onnipresente vicino. 

Nonostante il carico emotivo dei temi trattati, a Freezer non manca leggerezza.
Le parentesi comiche sono disseminate dall'inizio alla fine tramite vicinato rompiscatole, storie d'amore destinate a fallire e sempre nuove trovate di Kafka (di cui è impossibile non innamorarsi). 
C'è tanta modernità nei riferimenti come tanto vintage nello stile, altro motivo per cui è veramente difficile non sentirsi coinvolti. 
Ogni singola sottotrama viene portata a termine senza lasciare nulla al caso e i colpi di scena fanno l'originalità dell'intero costrutto. 



Il finale e la semplicità con cui viene raccontata la maturazione rappresentano l'elemento per cui consiglierei di sguinzagliare questo titolo al momento giusto, così da renderlo appoggio e punto di forza per altre Mina perse nel limbo tra l'età del pisolone e quella degli assorbenti in borsetta.

Come farà Mrs Robinson a raccontare Nonna Robinson quanto Eleanor Roosvelt?!

martedì 21 marzo 2017

[Escursioni]: Orta San Giulio e...un compleanno.

Da mesi, tra le pagine della mia agenda, troneggiava un "+1" in corrispondenza del 17 febbraio.
Capitato di venerdì ma privo di reali sfortune da superstiziosi.
Un più uno a rappresentare un anno, il primo anno di questo spazio ed il primo di voglia di condividere (quando ispirata e decisa a porre fine ai tumulti da black out).
Per l'occasione avevo ideato il classico *pippone* di ringraziamento, diretto a tutti coloro che hanno dedicato alla lettura di uno dei miei post anche solo dieci minuti di un'apatica giornata di pioggia.
L'esito? Fallimentare.
Così, nonostante non sia d'indole particolarmente "social", ho pensato di dedicare a questo spazio una pagina Facebook (e chi non lo fa?! direte) in cui *trovare di tutto un po'* tra quel che mi interessa, quel che non riesco a rendere post e quello che poi lo diventa.
Inizialmente avevo qualche remora, lo ammetto.
Mi sembrava il classico modo per mettersi in mostra anche se privi d'arte e parte- una tendenza che mi scatena l'orticaria.
Alla fine, però, "ha vinto lo sport" cioè la possibilità di avere uno scambio più diretto con chi condivide le mie stesse scimmie e comprende la mia latitanza.
Senza propagandare ulteriormente e rendersi al pari del Baffo con la televendita delle pentole, se vi va mi trovate anche qui: L'indiscreto Empatico (FB).

Perché, dunque, questo nuovo periodo di evanescenza?
Sicuramente lo studio ha avuto la meglio per la maggior parte del mese scorso ma non sono mancati momenti memorabili e prime gite fuori porta in giornate di pieno sole.
Tra queste, come da titolo, ho pensato di portarvi con me indietro nel tempo (precisamente al 15 febbraio) tra le stradine ciottolate di Orta San Giulio, in provincia di Novara.


Il giorno dopo San Valentino pare essere dedicato ai bagordi dei single, non fosse per la mia naturale propensione a ritenere queste occasioni solo un modo per giustificare del tempo per sé (e per la propria metà), senza acquisire un ruolo predominante tra dimostrazioni forzate e regali ciccipucciosi dell'ultimo istante. 
Insomma, c'è chi va fuori a cena solo il 14 febbraio perché "si DEVE fare così" e chi, senza festoni e con piccolezze, si ritaglia altri istanti del genere nella più naturale quotidianità. 
In questo mood, io e A. siamo partiti alla volta di uno dei borghi più belli d'Italia. 
Un viaggio in auto all'insegna delle "nostre" colonne sonore, quelle immancabili per (quasi) ogni spostamento: MGMT, Baroness e la cartella "Altro"che regala sempre grandi soddisfazioni da malinconici. 



Una quarantina di minuti per giungere a destinazione e parcheggiare accanto alla tanta osannata Villa Crespi (Sì, quella di Canavacciuolo).
Struttura meravigliosa a spiccare tra altre innumerevoli piccole regge, tanto belle da far imbarazzare.
L'atmosfera percepita è di una località vacanziera , di quelle che vanno parzialmente in letargo durante l'inverno per poi riprendersi in primavera tra prime escursioni in moto e stranieri fuori porta.
Dal posteggio si dipanano i primi tornanti diretti al Sacro Monte, l'Idillio di Orta (ricordando Nietzsche)

"Insieme facemmo tappa, per esempio a Orta sui laghi dell' Italia settentrionale dove il vicino Monte Sacro sembrò averci affascinato tanto da farci perdere il senso del tempo".


Un parco che, ancora in inverno, offre distese di foglie e sempreverdi tra cui vanno a distribuirsi, in un percorso non privo di scorci mozzafiato, le venti cappelle a comporlo.


Tenendo la destra subito dopo l'arco d'ingresso, ci siamo imbattuti in stradine secondarie sino ad una scalinata abbastanza scoscesa e nascosta che ci ha direttamente condotti verso il centro, nei pressi della chiesa della SS. Trinità. 
Da lì, come piccolo miraggio tra le acque del lago, è già possibile notare l'isola di San Giulio, ancor più bella se illuminata dai raggi del sole e osservata "dall'alto" di un cavalluccio a dondolo. 
Le strade erano piuttosto vuote, fatta eccezione per qualche studente al rientro a casa,fotografi alla ricerca dello scatto perfetto e gatti randagi mai così coccolosi. 

Nessun rumore a intralciare la quiete e, strano ma vero, quasi nessun locale aperto.
Sembrava di vagare in un'oasi fantasma cullati dal caldo e dalla bellezza di ogni singolo angolo.
Indimenticabile, a tal proposito, il parco antistante Villa Bossi (attuale municipio), alle prime luci del tramonto.
Giardino curato in ogni dettaglio (dal pergolato di glicini alle aiuole) ad offrire un vero e proprio balcone sulle acque, accompagnato dal bronzo "Il quadro perfetto" -omaggio a Karl Heinz Schroth.


"In mezzo alle montagne c'è il lago d'Orta. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'isola di San Giulio. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e cosí avanti fino alla zeta di zoppía. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna»."

In quell'aria, in quel silenzio, con le luci rossastre tra i capelli ed il rumore dell'acqua, ho capito il motivo per cui non può che essere la musa di moltissimi artisti ed il luogo per rincuorare dallo stress autoimposto delle grandi città.
Il rientro è stato più silenzioso, come nei classici finali in bianco e nero in cui viene inquadrato il retro di un auto che pian piano si allontana, spegnendo ogni singolo effetto sonoro.



Promemoria per la prossima escursione: affidarsi al battello per visitare l'isola di San Giulio.


Bè, cosa aspettate?!