mercoledì 25 maggio 2016

[Cinema]: Waking Life


Io magari non lo capisco, forse non sono neanche d'accordo con questo mondo ma sai una cosa?! lo accetto e continuo tranquillo a galleggiare. 
La chiglia della vita deve essere stabile, è questo che voglio dire. 
Segui la corrente, si sa che tutti i fiumi finiscono in mare. 
L'idea è cercare di essere sempre sul punto di partire, ogni volta che si arriva; si risparmiano presentazioni e addii. 
Il viaggio non richiede una spiegazione ma solo dei passeggeri. 
E' come arrivare su questo pianeta con una scatola di pastelli: c'è chi ha una scatola da otto pastelli e chi invece ha quella da sedici, ma quello che conta è quello che fai con i pastelli; con i colori che ti hanno dato. 
Non state a preoccuparvi di colorare dentro o fuori dai contorni...colorate fuori dai contorni, dico io! Ma anche fuori dalla pagina, non mettetevi limiti. 
Facciamo rotta verso il mare aperto, non restiamo impantanati.

Un rotoscopio delinea l'intera gamma degli stati di coscienza, vacillando tra lucidità e astrazioni.
Linklater, in 99 minuti, insegna a sognare d'essersi svegliati in un altro sogno, passando per la vita.
Così Waking life cerca di dare risposta ai "grandi perché", dilatando il tempo onirico tra appuntamenti di un'agenda fittizia.
Zapping compulsivo, prende piede là dove "l'errore peggiore che si possa fare è credere di essere vivi quando si dorme nella sala d'attesa della vita".
Distesi sul letto o liberi di roteare nell'aria, assistiamo al cabaret dell'esistenzialismo e dell'informazione, in cui l'essere umano vuole il caos ed è irresistibilmente attratto da quello stato semiorgiastico creato dalla morte e dalla distruzione.

La creazione sembra nascere dall'imperfezione, sembra venir fuori da uno sforzo e dalla frustrazione ed è così che è nato il linguaggio.
E' derivato da un forte desiderio di trascendere il nostro isolamento per comunicare, in qualche modo, gli uni con gli altri. 

Quando dico la parola "amore" il suono viene fuori dalla mia bocca e colpisce l'orecchio dell'altra persona, viaggia attraverso un intricato percorso che porta al cervello, attraverso i ricordi d'amore o di mancanza d'amore e l'altra persona registra quello che dico e dice di capire.
Ma io come faccio a saperlo? Perché le parole sono inerti, sono simboli,sono morte. 

Una grandissima parte di tutta la nostra esperienza è intangibile, gran parte di quello che percepiamo non può essere espressa con le parole eppure, eppure, quando noi comunichiamo l'uno con l'altro e sentiamo di avere stabilito un contatto e crediamo di essere capiti, proviamo una sensazione quasi di comunione spirituale ed è forse una sensazione transitoria ma è ciò per cui viviamo.

Non siamo, ora, onironauti colpiti dal mal di mare?

mercoledì 18 maggio 2016

Surrogati di Wile E. Coyote


Quante volte avete dubitato della prima soluzione data ad un esercizio banale?
E quante altre vi siete lasciati andare a voli pindarici senza capo né coda incapaci di portare a termine una discussione altresì semplice?

Il quotidiano, la vita scolastica e professionale, ci hanno indotti ad attivare una visione contorta di ciò che "è stupido" o, meglio, di ciò che a tutti i costi vogliamo ritenere tale.
In quest'ottica, la soluzione suprema è quasi sempre la strada irta  di ostacoli; uno spreco di energie ingiustificato anche dal fine.

Vi è mai capitato di guardare un programma di cartoni animati intitolato <<Bip-bip>>?
Vi invito a riflettere su come questo programma non faccia altro che proporci le gesta di un personaggio, il coyote, funzionante all'interno di un sistema che ha l'interessante ruolo di Natura matrigna, un personaggio che incessantemente, disastrosamente, persegue un oggetto/scopo -ossia l'uccello eponimo del programma- il cui valore è assai inferiore rispetto a quello dello sforzo e delle risorse che il protagonista investe nella sua ricerca.
Essendo evidente che il coyote dispone di consistenti risorse finanziarie, perché mai anziché dilapidarle per travestirsi da struzzo femmina e comprare catapulte e costruire razzi esplosivi e preparare polpette da struzzo farcite di veleno radioattivo non le impiega per andare a mangiare al ristorante cinese? Non sarebbe, forse, molto più semplice ed economico?


Costantemente intrappolati in labirinti come proiezioni di stati mentali.

sabato 14 maggio 2016

Il patetismo dell'attenzione



Sopito, nella natura di taluni uomini, è il desiderio di concentrare su sé stessi quantitativi sempre crescenti di attenzioni -quali target di uno schermo riflettente.

Tra l'ostentazione e la corsa alla snaturazione, le donne talvolta rivestono un ruolo di spicco.
Una sfida all'ultima occhiata tra "Attention Whore" e "Finte tonte".
A contraddistinguerle: l'ammissione di consapevolezza.

Da un lato l'espressione della frustrazione e della superbia che, a sua detta priva di freni inibitori, si abbassa alla perdita di dignità pur di mostrarsi quale stuzzichino appetibile -là dove la sensualità non è caratteristica acquisita dall'abito.
Deplezione di strati di tessuto come svilimento del carattere e, più pelle viene mostrata, meno si ha intenzione di condividere.
Scenario in cui, più che un'evoluzione al rango della Beatrice dantesca si ha un'involuzione al sentimento di pena.

Dall'altro lato, l'impellente bisogno di colmare vuoti d'autostima, ricercando appagamento con falsa ingenuità e recite malriuscite d'infantilismo naif pur di non ammettere ostentati accumuli di segnali d'interesse.
Un po' come indossare i panni delle ninfette nabokoviane, passeggiando con un solo piede in molteplici scarpe diverse, prive di malia e reale contatto.

Spogliarsi e nascondersi sono, in questo caso, due facce della medesima medaglia e la semplicità potrebbe essere la via.