giovedì 21 settembre 2017

[Letture] Le due Metà della Luna

Giovedì c'era una luna strepitosa.
Noi fermi in auto e lei lì, ad ergersi sulle punte estreme di pini e alberelli irriconoscibili al buio di lampioni inesistenti.
Non era il sorriso sarcastico dello Stregatto ma una fetta di limone: il flavedo spesso e consistente di un giallo quasi aranciato e l'endocarpo spugnoso in trasparenza.
Ormai ho imparato a non collezionare fotografie buie di luci in lontananza simil-lampadine; ma sarebbe stato bello poterla immortalare così.

In che modo, la luna, influenza il nostro essere e che cosa succederebbe se d'un tratto svanisse e fosse sostituita da un falso molto realistico?!
Non avrei mai creduto di trovare risposte e verità in un fumetto per bambini ma Tunuè, con la collana Tipitondi, ci sa fare alla grande.
Le Due Metà della Luna incuriosisce sin dal titolo e schiera illustrazioni e profumi (sì, profumi) che non possono lasciare indifferenti.
Ormai odierete il mio olfatto in primo piano ma non ho potuto fare a meno di sprofondare il naso nell'odore di carta stampata.
Aggiungetelo alla fantomatica lista dei "Libri da sniffare".


Protagonista del fumetto è una topolina, Alba, che si trasferisce nella metropoli di Croma al fine di inseguire il sogno di diventare una brava sarta e stilista.
L'accoglienza della città non si rivela affatto calorosa e, anzi, è costretta a fare i conti con una realtà cupa e priva d'arte come se i colori fossero stati sequestrati lasciando posto unicamente a tristezza e malinconia.
L'unica spiegazione data è un'antica leggenda legata alla sparizione della luna, sostituita con un fantoccio artigianale per non destare alcun sospetto e continuare a brillare nel cielo, nonostante la carenza delle cicliche fasi.
Gli abitanti, ormai mossi da sentimenti contrastanti, trascorrono moltissimo tempo a piangere e, inconsapevolmente, ad alimentare il mercato della più grande fabbrica della città: la Cro-mar, fornitrice di fazzoletti e sponsor ufficiale.
Attorno alla leggenda e all'ombra incombente della grande struttura prenderanno piede una serie di avvenimenti atti a scoprire la verità e ripristinare, possibilmente, la speranza.

L'interazione tra personaggi apparentemente slegati rende la trama più articolata e corposa di quanto immaginabile.
L'inseguimento di un sogno, difatti, è solo l'avvio di ciò che vedrà Alba come vera e propria eroina di un'avventura carica di retroscena.
Forse 124 pagine non sono abbastanza per sviluppare un'idea così vasta e ricca di potenziale; tanto che, in almeno due occasioni, ho avuto la sensazione di non ritrovare all'interno del testo riferimenti dei protagonisti ad eventi passati.
Non lo riterrei, nonostante tutto, un vero e proprio difetto sia per il target di riferimento sia per il piacere di dedurre e, eventualmente, personalizzare ciò che non è stato completamente svelato.


Illustrazioni e impaginazione mi hanno ricordato moltissimo lo stile di Noelle Stevenson in Nimona anche per l'antropomorfizzazione dei personaggi.

Nonostante le tonalità (alternanza di blu-grigi-marroni) siano perfetta rappresentazione dello stato di angoscia incombente, gli scorci della città dall'alto riescono a infondere un senso di calma assoluto. 
A proposito di quest'ultimo, mi è sembrato di rivivere l'ambientazione di Avril et le monde truquè (film d'animazione del 2015 scritto da Jacques Tardi -Consigliatissimo). 



Il forte legame all'arte e il dramma si mescolano bene all'azione con un'alternanza di stati d'animo degna da montagne russe.
Quel che resta, in conclusione, è la voglia di incontrare gli stessi personaggi in contesti e situazioni diverse -ottimo punto di partenza, a mio vedere, per nuove trame.
Marco Rocchi e Francesca Carità sono stati una grandiosa scoperta e conto di non farmi sfuggire nulla d'ora in poi.

lunedì 11 settembre 2017

[Letture] Blankets

Ci abbiamo provato, lo garantisco.
"Domenica mattina ti aspetto alle 5:30 sotto casa mia. Andiamo al mare"
Poi il lavoro, poi l'orgoglio, poi il tempo e siamo stati catapultati nel periodo in cui uscire con una felpa non è mai male e il tè caldo sotto le coperte non è esagerato.
A proposito di coperte ho scelto il mese di settembre per leggere Blankets di Craig Thompson.


Ne avrete sentito parlare in mille salse diverse, un po' come me del resto.
In moltissimi l'hanno definito "Il fumetto della vita", quello da avere assolutamente e da ubicare sul comodino al posto degli essenziali da notte, ma ho scelto di affrontarlo con i piedi di piombo e l'ho preso in prestito in biblioteca.

Blankets è una via di mezzo tra il candido silenzio della neve e il caos della mente adolescenziale.
Fa sentire soli, compresi, abbandonati e confusi in un breve lasso di tempo che è poi la foga del lettore, impossibilitato a chiudere il volume ed accantonarlo.

Questo romanzo grafico (e di formazione!) è un'autobiografia resa poesia dalle illustrazioni.
Craig, il protagonista (e autore), ripercorre la propria vita dall'infanzia ai primi anni dell'età adulta passando attraverso il trauma dell'isolamento, dottrine e perplessità della religione cattolica e la prima, intensissima e deludente storia d'amore.
L'influenza della fede è determinante dalla prima all'ultima pagina, non è solo lo specchio di un'ideologia ma giustificazione e causa della gran parte degli avvenimenti.

mercoledì 6 settembre 2017

[Cinema] The Secret Scripture

Un grande amico, al momento di descrivermi, aveva utilizzato un paragone alla storia d'amore tra le onde e l'acqua.
Le prime così imprevedibili da lasciar intravedere un allontanamento definitivo e il secondo sempre pronto a riaccoglierle nonostante le mutazioni e il lutto subito ad ogni perdita.
Credo non ci sia stata descrizione più accurata nel corso degli anni e ancora mi rivedo come un'onda che si allontana dal suo mare ma ritorna sempre, e con più voglia di prima.

Il motivo per cui torno, questa volta, è un film.
Mi ha presa in contropiede mentre cercavo titoli in uscita quest'anno e non so neppure spiegare cosa mi abbia indotta a guardarlo.
Ad alcuni potrebbe apparire come un melodramma ben presentato, di quelli strutturati appositamente per attirare l'attenzione del pubblico e farlo precipitare in lacrime da "scatola di Kleenex e gelato a cucchiaiate".
È parzialmente vero ma, ormai l'avrete capito, non m'importa parlare solo di pellicole aspiranti all'Oscar o di capolavori di perfezione tecnica inaudita.
Tutta questa tiritera per "The secret scripture" (Il segreto) di Jim Sheridan -adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Sebastian Barry.

La protagonista è Roseanne McNulty che vive in un ospedale psichiatrico irlandese da almeno cinquant'anni. 
A squarciare il silenzio sono le sue prime parole:"Non ho ucciso mio figlio"che, in bilico tra allucinazioni e realtà, vengono confortate da un massiccio uso di flashback dando voce  all'accusa di infanticidio alla base dell'internato.  
La clinica in cui è ricoverata è ad un passo dall'essere convertita in Hotel + SPA e, prima del trasferimento, la storia di Lady Rose viene presa in carico dal Dottor Greene. 
Una bibbia resa diario personale aiuta il dottore a ripercorrere l'intera vita della donna che, come  alla vecchia maniera, viene resa tangibile da un distacco spazio-temporale sino a moltissimi anni prima.

L'età della giovinezza segnata da guerra, fuga e amore viene interpretata egregiamente da Rooney Mara che non è solo il mezzo per riempire un varco ma anche la rappresentazione del fascino e della forte personalità, capaci di accattivare una schiera di uomini di diversa origine e impegno sociale.
Rose è il simbolo della "questione femminile" aggravata dalla seconda guerra mondiale e dalle pressioni di un'Irlanda troppo segnata dalla religione e dalle rivendicazioni politiche.
La sua, però, è anche e soprattutto la storia di un amore malvisto e ostacolato capace di perdurare per un'intera vita nonostante le difficoltà, le calunnie di oppressori e la morte.
Il motivo del ricovero e la verità sulle accuse mosse contro di lei si dipanano per più di metà del film, lasciando poi spazio ad un colpo di scena "a chiamata" comunque degno di un bel finale (semplice e prevedibile). 

Ci sarebbero tanti "ma" da analizzare.
L'approccio al dramma e al romanticismo, la facilità con cui ci si schiera a favore di una posizione controtendenza per il periodo storico/sociale e il bel confezionamento di una vicenda come molte altre. 
A fare la differenza e mettere in secondo piano tutte le critiche da cinefili incalliti è l'interpretazione. 
Vanessa Redgrave e Rooney Mara danno vita ad una protagonista così forte, così segnata dal dolore e al contempo così ambiziosa da coinvolgere anche i più scettici. 
Nonostante tutti gli spunti di riflessione e le critiche sociale papabili di approfondimento si ha un vero e proprio accantonamento del materiale, percepito solo come sottofondo e cornice. 
Per intenderci: "Ha del potenziale ma non lo sfrutta". 
Si potrebbe definire, a conti fatti, come un prodotto commerciale senza tempi morti né perdite di tempo da consigliare, sì, chiedendo esplicitamente di guardare oltre alla facilità di commozione. 
L'induzione alla lacrimuccia non lo fa scadere tra i brutti film ma lo carica, piuttosto, della capacità di coinvolgimento che è tanto più probabile quanto più semplice è l'immedesimazione. 

           

mercoledì 17 maggio 2017

[Serie TV]: Anne with an "E"


Da quando Netflix ha annunciato l'adattamento di Anna dai capelli rossi, la mia testa è entrata in uno strano loop musicale continuando a ripetere in momenti completamente casuali (e talvolta inadatti) la sigla del cartone animato.

*Entrare QUI in mood cantante neomelodico*
"Anna dai capelli rossi va' *papapapa* vola e va come una rondine, però un nido non ce l'ha, non ha una mamma né un papà. Anna dai capelli rossi ha DUE GRAMMI di felicità, chiusi dentro all'anima e al mondo vuol sorridere". 


Da bambina non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire seguire una serie dall'inizio alla fine e, il più delle volte, mi ritrovavo a guardare una puntata ogni due settimane cercando anche un filo conduttore plausibile per eventi privi di continuità.
Partendo da questi presupposti, questo post non sarà un confronto con la serie animata né, tanto meno, con il romanzo bensì un raduno di riflessioni post-prima stagione.

"Anne with an E" o, in territorio nazionale, "Chiamatemi Anna", è stata caricata interamente su Netflix a partire dal 12 maggio, con 7 episodi di durata variabile.
Già nel titolo si nasconde la prima forzatura all'italiana, che scoprirete strada facendo quando la protagonista chiederà espressamente di essere chiamata "Anna, Anna con la A" (come se per noi esistesse una valida alternativa. Che diavolo di lettera dovrei mettere se non la A?!).
Puntigliosità a parte (a cui siamo già abituati) farei un breve excursus della trama, prima di scendere in ulteriori dettagli.
Anna Shirley è una ragazzina della Nuova Scozia che, a seguito della morte dei genitori, viene affidata come aiutante ad una famiglia -nel tentativo di tenere a bada i troppi pargoli sfornati nel tempo.
Per problemi di varia natura si troverà costretta a cambiare nucleo e prestare servizio presso gli Hammond, sino alla morte del capostipite che ne causerà l'affidamento all'orfanotrofio di Hopetown.
Grazie a un disguido, però, il suo destino cambierà in positivo con l'adozione da parte dei fratelli Cuthbert di Green Gables, in Avonlea.



Il motivo per cui ho deciso di darle una possibilità sta essenzialmente nei pochi ricordi d'infanzia legati al cartone nonché all'eventuale presenza di chiavi di lettura innovative basate sul rapporto tra la fine del 900 e i nostri tempi.
A primo impatto, in ordine, sono stata colpita dall'apertura (con sigla ideata ad hoc e citazioni del romanzo) e dall'ambientazione resa protagonista grazia a riprese degne di un documentario.
Sarò schietta ma è doveroso: soprattutto nel corso della prima puntata ho trovato fortemente irritante il personaggio di Anna e questo...è un bene.
Un bene perché è stata interpretata con tutte le caratteristiche originarie, anche a scapito dei limiti di sopportazione del pubblico.
Anna, difatti, ha una parlantina sciolta e inopportuna, adora utilizzare paroloni per descrivere qualunque cosa e ingigantisce ogni evento creando attorno a sé drammi shakespeariani.
Niente più che dirette conseguenze di una maturazione precoce e degli svariati interessi coltivati nel tentativo di sfuggire ai soprusi della realtà.
Nonostante il difficoltoso approccio al suo grado di immaginazione (la troverete spesso a parlare da sola, con oggetti o inventare teatrini inesistenti "a base di Regina Cordelia e forze della natura"), è piuttosto semplice entrare nell'ottica  della sua situazione e sentirsi coinvolti, anche con rabbia o amarezza, in ogni piccolo traguardo o grande delusione.
Da questo punto di vista credo abbiano giocato benissimo nel bilanciare ogni elemento a disposizione, non focalizzandosi solo sulla protagonista ma anche sul contorno; evidenziando con spunti non indifferenti, la situazione sociale e religiosa del tempo.

Gli obblighi sono una prigione

Da un'iniziale avversione si dipanano una serie di riflessioni ancora attuali e ancora, per certi versi, burrascose come: il ruolo della donna nella società, i pregiudizi, l'integrazione, i limiti imposti dalla religione e i rapporti "non tradizionali".
Tutto ciò solo come input, attraverso personaggi secondari e interazioni, senza creare peso aggiuntivo in uno spettatore già sufficientemente colpito dal grado di tristezza e profondità.

Ammetto di averla divorata in due o, al massimo, tre giorni, cogliendo ogni singola pausa come momento ideale per proseguire.
Probabilmente, però, potrebbe non intrigare chiunque.
Non è una serie a cui approcciarsi con nonchalance, non è sempre facile da digerire, non porta mai a risate e richiede un po' di sensibilità in più rispetto ai classici episodi-passatempo. (OH MA CHE ANSIA -direte).
Una volta superati i primi scogli mi sembra impensabile non restarne coinvolti, nonostante il sotteso dramma e il romanticismo familiare alla "Little House" maniera (con tanto di ranch in stile coloniale).

Il taglio molto deciso dato all'ultima puntata non può che richiedere un seguito.
Cosa che apprezzerei moltissimo alla sola condizione che non diventi un modo per tirarla per le lunghe con una successione abbastanza equilibrata di eventi negativi, poi risolti, poi seguiti da altri eventi negativi e così via.
Come dimostrato con questa prima stagione, si presta molto bene alle altalene emotive: arma a doppio taglio nel contesto doverosamente volubile di una serie televisiva.

Dal mio punto di vista è promossa anche se, per assurdo, Anna non è affatto la mia parte preferita.
La completa immersione ve ne farà sentire la mancanza.

giovedì 4 maggio 2017

[Letture]: Freezer

Temo che la parte più complicata di ogni singolo post sia proprio l'introduzione, soprattutto dopo settimane di assenza.
Che fai, non ti giustifichi?! Non inventi una frase di rito (già inventata da altri) per far capire che sarai tra i vivi per un nuovo lasso di tempo?!
Via il dente, via il dolore.

Negli ultimi giorni ho terminato Freezer, graphic novel di Veronica Carratello edito da Bao Publishing e, diversamente dalle fast-review pubblicate sulla pagina facebook, mi sono accorta di avere qualcosa in più da dire nonchè una sorta di indomabile voglia di raccontare.

Tutto è iniziato con una svalutazione del potenziale di questo romanzo a fumetti (mea culpa).
Nonostante il forte richiamo subito dal font e dai colori in copertina mi sapeva di "già visto" e di "troppo adolescenziale".
Sensazioni lasciate a morire in un angolo buio e desolato a favore di un posto d'onore tra le mie ultime letture.

Freezer è uno spaccato di quotidianità di una famiglia inusuale, a tratti tragicomica, avente il potere di racchiudere difficoltà e paure in una cornice stranamente positiva.
Il nucleo esteso dei Robinson include un padre attore in erba, dedito a pubblicizzare la carta igienica, una madre in stampo Marge Simpson, due pargoli (Mina ed Elvis), una nonna in silenzio da anni, uno zio catisofobico e un gatto dalle manie suicida di nome Kafka. *Riprendere fiato qui*
In equilibrio tra richiami anni 50 e road movie moderni, si sviluppano vicende capaci di rievocare la famiglia Hoover di Little Miss Sunshine senza guastarne la memoria.

In particolare, seguiamo da vicino il processo di crescita di Mina, ragazzina apparentemente solitaria destinata ad essere bersagliata dalle coetanee più In.
Nella fase di transito tra l'infanzia e l'adolescenza, si troverà ad affrontare quel fatidico momento in cui essere promossa al rango di "Signorina" dopo una sanguinolenta prova d'onore in formato slip macchiati. 
Quando arriverà? Come? Farà male? Perché tutti esultano alla sola idea e io mi sento così persa e angosciata? 
Con naturalezza, assorbenti con le ali acquisiranno il ruolo di creature notturne in immaginari fantasiosi e onirici, rendendo ancora più difficile l'accettazione. 

Dopotutto, Mina è una sfigata. 
Una di quelle che "Mia mamma non vuole", così attente a (s)fuggire alla realtà da crearsi una corazza difensiva solo all'apparenza inattaccabile.
Eppure, proprio grazie alla natura da "esclusa", riesce a veicolare il messaggio di questo fumetto in maniera forte e chiara facendosi portavoce di un problema difficile da esternare ma tanto sentito.

A sconvolgere definitivamente il suo mondo interiore e indurre il distacco tra passato e (inevitabile) futuro sarà un lutto inatteso -persino "On the road". 
Una perdita non solo di affetto ma anche, e soprattutto, di stabilità -alla quale i genitori di Mina cercheranno di ancorarsi in modo inusuale e un tantino illegale, destando il sospetto dell'onnipresente vicino. 

Nonostante il carico emotivo dei temi trattati, a Freezer non manca leggerezza.
Le parentesi comiche sono disseminate dall'inizio alla fine tramite vicinato rompiscatole, storie d'amore destinate a fallire e sempre nuove trovate di Kafka (di cui è impossibile non innamorarsi). 
C'è tanta modernità nei riferimenti come tanto vintage nello stile, altro motivo per cui è veramente difficile non sentirsi coinvolti. 
Ogni singola sottotrama viene portata a termine senza lasciare nulla al caso e i colpi di scena fanno l'originalità dell'intero costrutto. 



Il finale e la semplicità con cui viene raccontata la maturazione rappresentano l'elemento per cui consiglierei di sguinzagliare questo titolo al momento giusto, così da renderlo appoggio e punto di forza per altre Mina perse nel limbo tra l'età del pisolone e quella degli assorbenti in borsetta.

Come farà Mrs Robinson a raccontare Nonna Robinson quanto Eleanor Roosvelt?!

martedì 21 marzo 2017

[Escursioni]: Orta San Giulio e...un compleanno.

Da mesi, tra le pagine della mia agenda, troneggiava un "+1" in corrispondenza del 17 febbraio.
Capitato di venerdì ma privo di reali sfortune da superstiziosi.
Un più uno a rappresentare un anno, il primo anno di questo spazio ed il primo di voglia di condividere (quando ispirata e decisa a porre fine ai tumulti da black out).
Per l'occasione avevo ideato il classico *pippone* di ringraziamento, diretto a tutti coloro che hanno dedicato alla lettura di uno dei miei post anche solo dieci minuti di un'apatica giornata di pioggia.
L'esito? Fallimentare.
Così, nonostante non sia d'indole particolarmente "social", ho pensato di dedicare a questo spazio una pagina Facebook (e chi non lo fa?! direte) in cui *trovare di tutto un po'* tra quel che mi interessa, quel che non riesco a rendere post e quello che poi lo diventa.
Inizialmente avevo qualche remora, lo ammetto.
Mi sembrava il classico modo per mettersi in mostra anche se privi d'arte e parte- una tendenza che mi scatena l'orticaria.
Alla fine, però, "ha vinto lo sport" cioè la possibilità di avere uno scambio più diretto con chi condivide le mie stesse scimmie e comprende la mia latitanza.
Senza propagandare ulteriormente e rendersi al pari del Baffo con la televendita delle pentole, se vi va mi trovate anche qui: L'indiscreto Empatico (FB).

Perché, dunque, questo nuovo periodo di evanescenza?
Sicuramente lo studio ha avuto la meglio per la maggior parte del mese scorso ma non sono mancati momenti memorabili e prime gite fuori porta in giornate di pieno sole.
Tra queste, come da titolo, ho pensato di portarvi con me indietro nel tempo (precisamente al 15 febbraio) tra le stradine ciottolate di Orta San Giulio, in provincia di Novara.


Il giorno dopo San Valentino pare essere dedicato ai bagordi dei single, non fosse per la mia naturale propensione a ritenere queste occasioni solo un modo per giustificare del tempo per sé (e per la propria metà), senza acquisire un ruolo predominante tra dimostrazioni forzate e regali ciccipucciosi dell'ultimo istante. 
Insomma, c'è chi va fuori a cena solo il 14 febbraio perché "si DEVE fare così" e chi, senza festoni e con piccolezze, si ritaglia altri istanti del genere nella più naturale quotidianità. 
In questo mood, io e A. siamo partiti alla volta di uno dei borghi più belli d'Italia. 
Un viaggio in auto all'insegna delle "nostre" colonne sonore, quelle immancabili per (quasi) ogni spostamento: MGMT, Baroness e la cartella "Altro"che regala sempre grandi soddisfazioni da malinconici. 



Una quarantina di minuti per giungere a destinazione e parcheggiare accanto alla tanta osannata Villa Crespi (Sì, quella di Canavacciuolo).
Struttura meravigliosa a spiccare tra altre innumerevoli piccole regge, tanto belle da far imbarazzare.
L'atmosfera percepita è di una località vacanziera , di quelle che vanno parzialmente in letargo durante l'inverno per poi riprendersi in primavera tra prime escursioni in moto e stranieri fuori porta.
Dal posteggio si dipanano i primi tornanti diretti al Sacro Monte, l'Idillio di Orta (ricordando Nietzsche)

"Insieme facemmo tappa, per esempio a Orta sui laghi dell' Italia settentrionale dove il vicino Monte Sacro sembrò averci affascinato tanto da farci perdere il senso del tempo".


Un parco che, ancora in inverno, offre distese di foglie e sempreverdi tra cui vanno a distribuirsi, in un percorso non privo di scorci mozzafiato, le venti cappelle a comporlo.


Tenendo la destra subito dopo l'arco d'ingresso, ci siamo imbattuti in stradine secondarie sino ad una scalinata abbastanza scoscesa e nascosta che ci ha direttamente condotti verso il centro, nei pressi della chiesa della SS. Trinità. 
Da lì, come piccolo miraggio tra le acque del lago, è già possibile notare l'isola di San Giulio, ancor più bella se illuminata dai raggi del sole e osservata "dall'alto" di un cavalluccio a dondolo. 
Le strade erano piuttosto vuote, fatta eccezione per qualche studente al rientro a casa,fotografi alla ricerca dello scatto perfetto e gatti randagi mai così coccolosi. 

Nessun rumore a intralciare la quiete e, strano ma vero, quasi nessun locale aperto.
Sembrava di vagare in un'oasi fantasma cullati dal caldo e dalla bellezza di ogni singolo angolo.
Indimenticabile, a tal proposito, il parco antistante Villa Bossi (attuale municipio), alle prime luci del tramonto.
Giardino curato in ogni dettaglio (dal pergolato di glicini alle aiuole) ad offrire un vero e proprio balcone sulle acque, accompagnato dal bronzo "Il quadro perfetto" -omaggio a Karl Heinz Schroth.


"In mezzo alle montagne c'è il lago d'Orta. In mezzo al lago d'Orta, ma non proprio a metà, c'è l'isola di San Giulio. Sull'isola di San Giulio c'è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatré anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong, Singapore, eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e cosí avanti fino alla zeta di zoppía. Accanto a ogni malattia Anselmo ha annotato le medicine da prendere, a che ora del giorno e della notte, i cibi permessi e quelli vietati, le raccomandazioni dei dottori: «Stare attenti al sale, che fa aumentare la pressione», «Limitare lo zucchero, che non va d'accordo con il diabete», «Evitare le emozioni, le scale, le correnti d'aria, la pioggia, il sole e la luna»."

In quell'aria, in quel silenzio, con le luci rossastre tra i capelli ed il rumore dell'acqua, ho capito il motivo per cui non può che essere la musa di moltissimi artisti ed il luogo per rincuorare dallo stress autoimposto delle grandi città.
Il rientro è stato più silenzioso, come nei classici finali in bianco e nero in cui viene inquadrato il retro di un auto che pian piano si allontana, spegnendo ogni singolo effetto sonoro.



Promemoria per la prossima escursione: affidarsi al battello per visitare l'isola di San Giulio.


Bè, cosa aspettate?!

martedì 7 febbraio 2017

[Letture]: Dungeon Food

Un momento mistico all'interno delle mie giornate è scandito dalla ricezione di notifiche da parte della fumetteria di fiducia: arma a doppio taglio attraverso cui scopro nuove uscite di cui non ho veramente bisogno ma anche sì.

Credo sia la stessa sensazione generata dai punti vendita Tiger. 
Finché non ne incontri uno sul tuo cammino senti di non aver bisogno di nulla ma non appena si palesa davanti ai tuoi occhi, ecco che riformuli qualunque scala di priorità...tornando a casa con cucce per gatti che non hai, evidenziatori da sommare ai trecento di "scorta" e arachidi caramellate anche se sei allergico da far schifo. 
Excursus consumistico anti-risparmio per dirvi che ho scoperto un nuovo manga, proprio io che ho lasciato in sospeso (come primo ed ultimo) Black Butler. 

Non sono una grande appassionata del genere e mi faccio facilmente intimorire da illustrazioni troppo "spigolose e crude" condite da valangate di nero da poter ricostruire il concetto di Nigredo. 
Questa volta, però, copertina e concept hanno giocato sporco per abbindolarmi. 



giovedì 26 gennaio 2017

Wrap-up: gennaio

Valentina non ama gli appuntamenti fissi e le scadenze.
Preferisce improvvisare, sin dove possibile, e lasciarsi guidare dall'istinto del "qui e ora".
Con questo presupposto, introduco una categoria che potrebbe non trasformarsi in un appuntamento mensile e palesarsi, priva di programmazione, due volte sì e dieci no.
Gennaio, oltre ad essere il mese di preparazione alla sessione invernale, ha osservato a distanza il mio "blocco del cinefilo, apparentemente privo di reale fondamento.
In questo mood, al posto di impegnare la tarda serata dinanzi ad uno schermo, mi sono letteralmente fiondata nella carta stampata.
Sembrerà un po' maniacale ma sento la necessità di lasciare traccia delle sensazioni provate, anche quando non propriamente positive, nella speranza di poterle ricordare.
Così, in una carrellata di impressioni e fotografie, tento d'introdurvi alle letture del mese corrente -in ordine decrescente di gradimento.
(Tra le righe: una sfida al mio carente potere della sintesi)



lunedì 16 gennaio 2017

[Serie TV]: Jonathan Strange & Mr. Norrell

Affidarsi all'istinto è spesso la chiave di volta per scoperte sensazionali.
Così, girovagando casualmente all'interno del vasto mondo di IMDb, mi sono imbattuta nella lista dedicata alle serie tv fantasy degli ultimi anni e, in particolar modo, nel piccolo gioiellino di cui sto per parlavi.
Mi tocca dirlo (anche al costo d'essere vittima di flagellazioni a suon di ortaggi decomposti), il genere in sé mi rende un po' scettica per la naturale propensione a rivisitazioni ormai trite e ritrite.
Da amante della saggistica fantasy non posso fare a meno di notare l'ingente numero di copertine più trash di album power metal auto-prodotti, messe lì per richiamare l'attenzione di un target specifico e sempre meno selettivo.
Gli elementi restano gli stessi conditi con salse più speziate (vedi: erotismo spicciolo e turbe adolescenziali), le atmosfere goticheggianti hanno preso il posto del pane quotidiano e di idee originali se ne vedono ben poche in una manciata di anni.
Insomma, pur partendo prevenuta e con i piedi di piombo devo riconoscere a BBC America la capacità di filtrare la marea di omologhi in favore di un romanzo davvero meritevole (il premio Hugo ne è palese dimostrazione).
Come da titolo, parlo di Jonathan Strange & Mr. Norrell -fantasy storico/distopico pubblicato nel 2014 da Susanna Clarke e trasposto in una miniserie di sette puntate da un'ora ciascuna.

sabato 7 gennaio 2017

[Letture]: Il Porto Proibito

Prima ancora d'iniziare voglio comunicarvelo spassionatamente: "non sarò mai all'altezza di questo post".
Fatte le dovute premesse e preso in considerazione il considerabile, accantono il mio "fazzoletto pieno di lacrime" e vi parlo di quest'ultima lettura -nonché la seconda del 2017.


L'Artist Edition de "Il porto proibito" di Teresa Radice e Stefano Turconi edita da Bao Publishing è stata, per me, come una calamita per i metalli.
Una volta adocchiato in libreria, anche ad insaputa del contenuto, non ho potuto fare a meno di sollevare il volume e sfogliarlo.
Sembra strano a dirsi ma è una di quelle sensazioni a pelle, come gli amori a prima vista.
Ti metti lì, passi le mani sulla copertina, analizzi tutte le rughe e fittizie bruciature per poi lasciarti intrappolare dalle illustrazioni.
Era un periodo particolarmente negativo, di quelli che ti cadono tra capo e collo e non sai veramente come uscirne.
Metti piede fuori casa ed hai l'impressione di doverti trascinare alle spalle una zavorra che, ad ogni nuovo passo, ti sfida a non vacillare.
Poi, complici un regalo da cercare e l'apparente fine di un tunnel privo d'illuminazione, metto nuovamente il naso in libreria.
"Non ho voglia di niente e non so neanche per quale motivo io sia entrata qui. C'è lì in basso a destra sullo scaffale centrale un libro che desidero tantissimo e non sono in vena neppure di farmi un regalo e trascinarlo a casa con me."
Faccio per uscire e, qualche istante dopo, mi ritrovo in mano un sacchetto con all'interno Il porto proibito, proprio quell'unica copia *in basso a destra sullo scaffale centrale*.
Dovrebbero esistere più persone così.
Dovrebbero esistere più sorprese e più "Leggilo quando vuoi, anche se tutto attorno sembra un delirio".

martedì 3 gennaio 2017

[Letture]: The TravelEgg Notes: A Tasty Chronicle from the Delicia Island


La mia stanza arancione (che è poi un colore che mai indosserei) si trasforma sempre più in un contenitore adibito a librerie.
Al posto di badare ad un ordine cronologico, di massa o altezze, tento di organizzare scaffali tematici per ambientazione e contenuto.
Così libri, graphic novel e giochi da tavolo sono suddivisi scrupolosamente e circondati da oggetti (nella mia testa) inerenti di qualsivoglia genere e fattura -fatta eccezione per il "ripiano del procrastinatore": arricchito da volumi non ancora letti.
Tra questi, sino a due giorni fa, troneggiava The TravelEgg Notes -da me semplicemente definito: "Ernest Egg".
Risalente ad un acquisto commissionato (Grazie L.!) al Lucca Comics 2016 e poi a malincuore abbandonato in favore di testi di Tecnologie Farmaceutiche.


Mentre vi scrivo, faccio brevi interruzioni per sfogliarlo o semplicemente tenerlo sulle gambe perché, anche questa volta, l'odore emanato è impareggiabile. 
Baideueui chi è Ernest Egg e come l'ho scoperto?
Ero (e sono) tra i seguaci di Claudio di Biagio che, grazie a video di presentazione e incontro, ha reso nota la volontà di trasporre sotto forma di cortometraggio questa inusuale avventura.
Ernest Egg, dunque, non può ch'essere un avventuriero ma non uno qualunque, un bellissimo, intelligente e affascinante avventuriero d'altri tempi (vanesio al punto giusto).


Nato dalla fantasia di Francesco Polizzo e Stefano Bosi Fioravanti, questo libro è una chicca anche solo per la vista.
La rilegatura, l'impaginazione ed i testi sono curati nei minimi dettagli al fine di ottenere uno stile vintage un po' usurato che rende ancor più l'idea di un vero e proprio diario di viaggio.
Attraverso The Travel Egg Notes si ripercorre la prima avventura di Ernest Egg e del suo fidato assistente Karl Von Kartoffeln, diretti all'Isola Delicia nel tentativo di incontrare la famosa Sirena di Montagna, filmare l'avvenimento per acquisire rilevanza agli occhi della Società Scientifica Londinese e cambiare il proprio destino.
La storia è breve e semplice ma arricchita da illustrazioni, fotografie stile Polaroid (anzi ClickClack Z-2!), digressioni e colpi di scena tali da renderla accattivante e curiosa ad ogni nuova pagina.
La calligrafia, i colori e lo stile complessivo fanno la loro porca figura (eh diciamolo!).
I personaggi sono ben delineati attraverso presentazioni, ritratti, abitudini e vicende riportate; così da ottenere una rosa di creature misteriose e oltremodo originali.
Tra tutti, a far breccia nel mio cuore è stato il capitano Aslak Bach: navigatore esperto dai piedi strani e con un tatuaggio delle Pleiadi carente di una stella.

Se andassi avanti, probabilmente finirei per spoilerarvi l'intera avventura e lungi da me limitare, anche solo di un briciolo, il piacere a dir poco sensoriale di questa lettura all'apparenza rivolta ad un pubblico infantile e invece adatta a tutti i sognatori.
In attesa del prossimo viaggio vi lascio al trailer del cortometraggio realizzato in Stop Motion e presentato in anteprima in occasione del Lucca Comics 2016, con il meraviglioso lavoro di doppiaggio di Pino Insegno e Giobbe Covatta

                                      

lunedì 2 gennaio 2017

Confessioni On the road: 2017

Vorrei che l'anno fosse considerato ciclico, preferendo il naturale susseguirsi delle stagioni piuttosto che vivere, a blocchi, la successione lineare e standardizzata dei mesi.
Il 31 dicembre è il giorno dell'ansia da prestazione.
Pare sia indispensabile organizzarsi mesi prima per avere un cenone impeccabile, una scorta di alcolici all'altezza delle aspettative ed il contesto più divertente e sfasciante di sempre.
Alla luce della nostra natura, così volubile e influenzabile, come si può dare per scontato che un dato giorno (più di tutti i trecentosessantaquattro precedenti) tutto vada come previsto ed anche l'umore sia quello giusto?!
Se solo i ristoranti non prendessero prenotazioni a partire da Ferragosto (con un menù fisso che guai a a chiedere una variazione), se solo non esistessero i gruppi whatsapp "CAPODANNO 20.." e non fosse necessario darsi un tono festaiolo non privo di intimo rosso-sufficientemente ubriaco ma abbastanza sobrio- io deciderei all'ultimo momento.
"Stasera cosa voglio fare?" e STACCE.
Senza fagocitare un menù di carne con un'allergia improvvisata alle proteine animali, senza lanciarsi in pista in una serata revival anni '90 desiderando il twist & shout di qualche decennio precedente, senza assumere la posa da "fatal-casual-chessoiocosa" con la sola volontà di vagare in vestaglia e pantofole come Jack Nicholson in The Departed e "Ce l'hai qualche vestito a casa o ti piace girare come se dovessi invadere la Polonia?".
Pare un discorso anarchico da sbronza in solitaria ma, insomma, mi piace quest'aria autorevole da *pippone ad un pubblico inesistente proferito dal balcone di casa*.
Che poi non ho ancora maturato un'idea su quale sia il modo più SSSSPUMEGGIANTE per skippare l'anno in corso ed approcciarsi al successivo.
Sarà un po' la storia "quel che fai a capodanno fai tutto l'anno" per cui si dovrebbe: studiare per essere universitari modelli e non condannarsi a valangate di sfiga sulle sessioni a venire, lavorare per assicurarsi uno stipendio duraturo,  mangiare per non rientrare tra le battute dei Simpson dopo pranzo in Africa, seguire pulsioni fisiologiche...e desiderare una giornata da 72 ore per riuscire a fare tutto programmandosi un ricovero post-traumatico.
Vabè, ora che mi avete immaginata con una trombetta a lingua (ovviamente forata) ed un cappellino di cartone glitterato (perché non la confezione vuota del pandoro?!) vi dico che improvvisare è bello perché più costruite più è probabile un crollo.
Il freddo, i fuochi d'artificio di 13 comuni diversi ed il papillon abbandonato sul comodino hanno un perché.
Spero che anche voi possiate sfrecciare su una Giulia Spider costeggiando il mare: occhiali da sole a coprire le occhiaie che mai dovrete giustificare e la colonna sonora di Amarcord ad abbracciare il tramonto.
Questa è una lettera al mio 2017, a tal punto aperta da non essere inchiostrata.