mercoledì 17 maggio 2017

[Serie TV]: Anne with an "E"


Da quando Netflix ha annunciato l'adattamento di Anna dai capelli rossi, la mia testa è entrata in uno strano loop musicale continuando a ripetere in momenti completamente casuali (e talvolta inadatti) la sigla del cartone animato.

*Entrare QUI in mood cantante neomelodico*
"Anna dai capelli rossi va' *papapapa* vola e va come una rondine, però un nido non ce l'ha, non ha una mamma né un papà. Anna dai capelli rossi ha DUE GRAMMI di felicità, chiusi dentro all'anima e al mondo vuol sorridere". 


Da bambina non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire seguire una serie dall'inizio alla fine e, il più delle volte, mi ritrovavo a guardare una puntata ogni due settimane cercando anche un filo conduttore plausibile per eventi privi di continuità.
Partendo da questi presupposti, questo post non sarà un confronto con la serie animata né, tanto meno, con il romanzo bensì un raduno di riflessioni post-prima stagione.

"Anne with an E" o, in territorio nazionale, "Chiamatemi Anna", è stata caricata interamente su Netflix a partire dal 12 maggio, con 7 episodi di durata variabile.
Già nel titolo si nasconde la prima forzatura all'italiana, che scoprirete strada facendo quando la protagonista chiederà espressamente di essere chiamata "Anna, Anna con la A" (come se per noi esistesse una valida alternativa. Che diavolo di lettera dovrei mettere se non la A?!).
Puntigliosità a parte (a cui siamo già abituati) farei un breve excursus della trama, prima di scendere in ulteriori dettagli.
Anna Shirley è una ragazzina della Nuova Scozia che, a seguito della morte dei genitori, viene affidata come aiutante ad una famiglia -nel tentativo di tenere a bada i troppi pargoli sfornati nel tempo.
Per problemi di varia natura si troverà costretta a cambiare nucleo e prestare servizio presso gli Hammond, sino alla morte del capostipite che ne causerà l'affidamento all'orfanotrofio di Hopetown.
Grazie a un disguido, però, il suo destino cambierà in positivo con l'adozione da parte dei fratelli Cuthbert di Green Gables, in Avonlea.



Il motivo per cui ho deciso di darle una possibilità sta essenzialmente nei pochi ricordi d'infanzia legati al cartone nonché all'eventuale presenza di chiavi di lettura innovative basate sul rapporto tra la fine del 900 e i nostri tempi.
A primo impatto, in ordine, sono stata colpita dall'apertura (con sigla ideata ad hoc e citazioni del romanzo) e dall'ambientazione resa protagonista grazia a riprese degne di un documentario.
Sarò schietta ma è doveroso: soprattutto nel corso della prima puntata ho trovato fortemente irritante il personaggio di Anna e questo...è un bene.
Un bene perché è stata interpretata con tutte le caratteristiche originarie, anche a scapito dei limiti di sopportazione del pubblico.
Anna, difatti, ha una parlantina sciolta e inopportuna, adora utilizzare paroloni per descrivere qualunque cosa e ingigantisce ogni evento creando attorno a sé drammi shakespeariani.
Niente più che dirette conseguenze di una maturazione precoce e degli svariati interessi coltivati nel tentativo di sfuggire ai soprusi della realtà.
Nonostante il difficoltoso approccio al suo grado di immaginazione (la troverete spesso a parlare da sola, con oggetti o inventare teatrini inesistenti "a base di Regina Cordelia e forze della natura"), è piuttosto semplice entrare nell'ottica  della sua situazione e sentirsi coinvolti, anche con rabbia o amarezza, in ogni piccolo traguardo o grande delusione.
Da questo punto di vista credo abbiano giocato benissimo nel bilanciare ogni elemento a disposizione, non focalizzandosi solo sulla protagonista ma anche sul contorno; evidenziando con spunti non indifferenti, la situazione sociale e religiosa del tempo.

Gli obblighi sono una prigione

Da un'iniziale avversione si dipanano una serie di riflessioni ancora attuali e ancora, per certi versi, burrascose come: il ruolo della donna nella società, i pregiudizi, l'integrazione, i limiti imposti dalla religione e i rapporti "non tradizionali".
Tutto ciò solo come input, attraverso personaggi secondari e interazioni, senza creare peso aggiuntivo in uno spettatore già sufficientemente colpito dal grado di tristezza e profondità.

Ammetto di averla divorata in due o, al massimo, tre giorni, cogliendo ogni singola pausa come momento ideale per proseguire.
Probabilmente, però, potrebbe non intrigare chiunque.
Non è una serie a cui approcciarsi con nonchalance, non è sempre facile da digerire, non porta mai a risate e richiede un po' di sensibilità in più rispetto ai classici episodi-passatempo. (OH MA CHE ANSIA -direte).
Una volta superati i primi scogli mi sembra impensabile non restarne coinvolti, nonostante il sotteso dramma e il romanticismo familiare alla "Little House" maniera (con tanto di ranch in stile coloniale).

Il taglio molto deciso dato all'ultima puntata non può che richiedere un seguito.
Cosa che apprezzerei moltissimo alla sola condizione che non diventi un modo per tirarla per le lunghe con una successione abbastanza equilibrata di eventi negativi, poi risolti, poi seguiti da altri eventi negativi e così via.
Come dimostrato con questa prima stagione, si presta molto bene alle altalene emotive: arma a doppio taglio nel contesto doverosamente volubile di una serie televisiva.

Dal mio punto di vista è promossa anche se, per assurdo, Anna non è affatto la mia parte preferita.
La completa immersione ve ne farà sentire la mancanza.

1 commento:

  1. Tutto bello Valentina. I consigli per una buona lettura sono ottimi.
    Ciao.

    RispondiElimina